mercoledì 26 dicembre 2007

APPUNTI IRPINI


APPUNTI CORSARI DEDICATI ALL’AMATA IRPINIA

Prefazione

Sperando di non tediare troppo il lettore, vorrei provare a ragionare sui problemi locali e reali della mia terra, l'Irpinia, benché il discorso si possa estendere facilmente a tutte le aree interne (e depresse) del Mezzogiorno. Preciso subito, a scanso di eventuali equivoci, che se dovessi addentrarmi troppo nel merito di tali problemi rischierei di espormi a qualche denuncia, giacché un (mal)costume tipico dei potenti e politici nostrani è proprio quello di sentirsi facilmente "diffamati" e “calunniati”, e querelare chiunque provi a sostenere una verità sacrosanta, sempre malintesa, confusa con la menzogna e tacciata d'essere una "accusa infamante".
Fatta questa premessa, vorrei introdurre una riflessione il più possibile oggettiva sulla situazione politico-sociale in Irpinia a partire da un'analisi storica complessiva.
Io sono nato e vivo in un centro dell’Alta Irpinia. A pochi chilometri di distanza, in un altro Comune irpino, svolgo il mio lavoro di insegnante, esattamente in una scuola elementare, per cui potrei parlarvi soprattutto dei problemi specifici che riguardano il mio settore, ma in questa sede vorrei occuparmi dei problemi collettivi che avviliscono la mia comunità, a cui sono visceralmente legato, malgrado tutto.

Approccio iniziale ai problemi

Se si vuole discutere di problemi concreti penso che si debba partire dalla piaga più dolorosa che affligge (non solo) la realtà irpina, ossia la disoccupazione giovanile, la mancanza di lavoro e di prospettive occupazionali per l'avvenire delle giovani generazioni. La disoccupazione è una tragedia collettiva in quanto genera disgregazione e conflittualità che lacerano il tessuto sociale, esponendo i soggetti più deboli al ricatto politico-clientelare e riducendo gli spazi di libertà, convivenza e agibilità civile e democratica. Pertanto, è inevitabile che i migliori cervelli delle nostre zone siano costretti alla fuga, obbligati ad emigrare per cercare la fortuna e il successo altrove, lontano dalla propria famiglia e dal luogo nativo. In molti casi, mettendo radici in un altro posto, senza fare più ritorno nella terra d’origine.
Il problema dell'emigrazione intellettuale è dunque la più grave perdita di ricchezze, la sciagura peggiore che possa capitare ad una comunità, poiché questa è costretta a rinunciare alle sue personalità migliori, alle intelligenze più pronte e vivaci, a privarsi dei suoi figli più capaci e brillanti, quindi delle risorse più preziose. Ebbene, la nuova emigrazione irpina rivela aspetti che prima erano assolutamente inediti e sconosciuti, trattandosi di una fuga in massa di cervelli, ossia di un’emigrazione giovanile di tipo intellettuale, quasi un esodo massiccio con elevate percentuali e livelli di scolarità. Infatti, i giovani più intelligenti, colti e preparati fuggono dal luogo in cui sono nati, cresciuti e dove hanno studiato, anche perché non intendono (giustamente) soggiacere e piegarsi al ricatto clientelare imposto dai notabili politici locali che li costringono a mendicare la concessione di un lavoro che invece è un sacrosanto diritto che spetta ad ogni cittadino. Ma si sa che da noi la "cittadinanza" rappresenta un lusso riservato a pochi eletti e privilegiati, ai "figli di papà". Invece, i "figli del popolo", della povera gente, sono condannati ad elemosinare continuamente favori, elargiti attraverso un metodo arcaico che è probabilmente un antico retaggio del feudalesimo. Una prassi comune applicata sia per ricevere un misero lavoro (oltretutto a tempo determinato, mal pagato, senza diritti e tutele), sia per ottenere qualsiasi altra cosa, anche la più banale richiesta di un certificato, scambiando e svendendo i diritti come volgari concessioni in cambio del voto a vita. Questo è purtroppo un (mal)costume insito nella “normalità” della vita quotidiana, una situazione quasi “naturale ed ineluttabile”, un elemento immodificabile insito in un’ipotetica e immaginaria legge di natura, che in realtà non esiste. Infatti, la legge naturale non è applicabile alla dialettica storica, che invece è caratterizzata e determinata da tendenze e controtendenze, sempre mutevoli, in stretto rapporto di interazione e reciproca influenza, per cui nulla è davvero eterno ed immutabile nella realtà storico-sociale, come è confermato, ad esempio, dalle rivoluzioni epocali che in passato hanno abolito i privilegi aristocratico-feudali, lo sfruttamento della servitù della gleba e della schiavitù. Fenomeni che per secoli, se non millenni, gli uomini hanno accettato quali condizioni assolutamente “giuste”, in quanto definite come “naturali e inevitabili”.

Alcune considerazioni in cifre

Credo che anche da noi non si possa ignorare un dato di fatto talmente evidente che segnala l’inasprimento delle condizioni di vita in cui versano le fasce sociali colpite dalla povertà e dalla precarietà materiale. Tali problemi esistono e si aggravano anche nei piccoli centri di provincia, che non rappresentano più "oasi felici", oltretutto perché si è allentata quella rete di reciproca solidarietà che in passato assisteva e proteggeva le nostre comunità, un tempo a misura d’uomo.
L'Istat riferisce che gli italiani poveri sono 7.577.000. Il 22 per cento della popolazione meridionale vive praticamente sotto la soglia di povertà. In Alta Irpinia la percentuale della popolazione che versa in condizioni di povertà, si attesta ben oltre il 20 per cento. Il tasso della disoccupazione giovanile in Irpinia è salito oltre il 51 per cento, aggirandosi intorno al 52 per cento: quindi, nella provincia di Avellino (più di) un giovane su due è disoccupato. Inoltre, e questo è un motivo di ulteriore apprensione, il numero dei disoccupati che hanno superato la soglia dei 30 anni è in costante aumento. Molto elevato è altresì il numero dei disoccupati ultraquarantenni, che dunque nutrono scarsissime speranze e possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro. Nel contempo, anche in Alta Irpinia si diffondono e si estendono a dismisura i rapporti di lavoro precarizzati, soprattutto in quella fascia di giovani che hanno tra i 20 e i 25 anni, ossia tra i giovani alla loro prima occupazione lavorativa. Aggiungo che l'Irpinia, e l'Alta Irpinia in modo specifico, detiene un angosciante primato: quello del più alto numero di suicidi (oltre 40 casi sono stati registrati solo nel 2006, e il 2007 non sembra invertire questa lugubre tendenza) per quanto riguarda l'intero Meridione. Un primato tristemente condiviso con la provincia di Potenza. All'origine di questo doloroso e inquietante fenomeno starebbero anzitutto due ordini di cause: la miseria economica e il disagio psicologico. Inoltre, i tossicodipendenti in Irpinia si contano a centinaia; i decessi per overdose risultano in continuo e pauroso incremento. Da questo punto di vista, le realtà di Caposele, Calabritto e Senerchia formano un vero e proprio "triangolo della morte", così come la zona è stata mestamente definita in seguito ai numerosi decessi causati da overdose. Comunque, è estremamente difficile quantificare con esattezza la portata di un fenomeno come l'uso di sostanze tossiche nei paesi irpini, ma basta guardarsi intorno con maggiore attenzione per rendersi conto della gravità della situazione. I Ser.T (Servizio Tossicodipendenti), ad esempio, non sono affatto rappresentativi delle tossicodipendenze in Irpinia perchè qui si recano, in genere, eroinomani che hanno bisogno di assumere il metadone oppure quando, segnalati dalla prefettura, sono costretti a seguire una terapia. Dunque, stabilire con precisione quanti siano i consumatori di altre sostanze (cannabis, cocaina, crac, kobrett, psicofarmaci, alcool) è praticamente impossibile. Certo è che piccoli paesini con più o meno 4 mila abitanti, come Andretta o Frigento, hanno assistito ad una crescita davvero spaventosa del fenomeno negli ultimi dieci anni. In queste piccole realtà montane si conta ormai un elevato numero di giovani tossicomani che fanno uso di sostanze deleterie quali l'eroina, il kobrett e il crac, i cui centri di spaccio sono da ricercare altrove, notoriamente identificati nelle periferie e nei quartieri più depressi e degradati dell'area metropolitana di Napoli, come, ad esempio, Scampia e Secondigliano.

Mancata assunzione di responsabilità

A questo punto non si può evitare di porsi una domanda capitale: di chi sono le responsabilità storico-politiche? Di certo le responsabilità appartengono a molti soggetti, ma principalmente ad un ceto politico che ha (mal)governato i piccoli e numerosi paesi dell'Irpinia. Mi riferisco ad una classe dirigente che per lunghi decenni ha ruotato e si è formata attorno alle sedi della Democrazia cristiana, in modo particolare intorno ad alcune figure di spicco del potere locale e nazionale. Infatti, le responsabilità storico-politiche di tale fallimento sono note a tutti, in quanto il ceto politico locale che ha governato l'opera della ricostruzione post-sismica in Irpinia ha coinciso con una parte rilevante della classe politica dirigente a livello nazionale. Basta citare i nomi di De Mita, Mancino, Bianco, ecc., per rendersi conto che i maggiori dirigenti della Democrazia cristiana irpina, i vari vassalli e valvassini (ma anche i rivali dichiarati, come Gerardo Bianco) dell'imperatore e feudatario di Nusco, hanno ricoperto a lungo incarichi di prestigio all'interno del partito nazionale. Molti di questi personaggi sono tuttora esponenti politico-istituzionali affermati a livello provinciale, regionale e nazionale. De Mita è stato contemporaneamente segretario politico nazionale e capo del governo nei primi anni '80. Un potere immenso concentrato nelle mani di una sola persona, affetta per indole caratteriale da un'incontenibile megalomania e da una sfrenata bramosia di potere. Insomma, il potere politico locale, esclusivo appannaggio della Dc, era assorto alla guida nazionale della Democrazia cristiana e al governo del paese. La leadership politica degli anni '80 era diventata una questione interna alla Democrazia cristiana irpina. Questo assetto di potere si è preservato in modo cinico e spregiudicato, sopravvivendo quasi del tutto indenne e indisturbato alla bufera giudiziaria di Tangentopoli.
Ora, se mi fermassi qui rischierei di troncare e banalizzare la trattazione, avendo sfiorato solo superficialmente i problemi reali. Invece, credo che si debba approfondire l'indagine, anche a costo di risultare noiosi. Ritengo che si debba avviare un ragionamento storico a partire dal sisma del 1980 e dalla ricostruzione postsismica, per individuare e vagliare meglio le decisioni politiche che hanno contribuito in maniera determinante al tipo di sviluppo che è stato promosso-imposto nelle nostre zone.

Uno spartiacque storico

Sono ormai trascorsi 27 lunghi anni dal terribile sisma che il 23 novembre 1980 rase al suolo alcuni centri dell’Alta Irpinia e della Basilicata, cancellando intere famiglie, decimando e stremando le popolazioni locali. Si trattò di un immane cataclisma, le cui rovinose conseguenze non furono causate solo da elementi naturali, bensì pure da fattori di tipo storico-politico e antropico-culturale. Ricordo che nei mesi immediatamente successivi alla catastrofe, non furono pochi gli osservatori e gli analisti politici che si spinsero a formulare l’agghiacciante ipotesi di una vera e propria “strage di Stato”. La furia tellurica investì in modo traumatico e devastante le comunità di Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni e Conza della Campania, i centri più gravemente danneggiati dal sisma. Ebbene, da quel funesto giorno sembra separarci un’eternità! In tutti questi anni, le tematiche collegate al terremoto del 1980 e alla ricostruzione post-sismica sono state oggetto di validi e complessi studi, inchieste e approfondimenti, condotti e pubblicati anche su blog e siti Internet (naturalmente sono state scritte anche scempiaggini). Per cui sembrerebbe che non ci sia molto da aggiungere. Invece, credo che valga la pena di spendere qualche frase in occasione delle consuete e rituali commemorazioni, celebrate nel 27° anniversario del triste evento. Per gli abitanti dell’Alta Irpinia, in modo particolare per i cittadini di Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi e Conza della Campania (i tre Comuni più disastrati dell’area del cratere) il terremoto del 23 novembre 1980 ha costituito indubbiamente un avvenimento luttuoso, per cui quel giorno non rappresenta una data qualsiasi del calendario, ma segna un vero spartiacque storico-cronologico e antropologico-culturale. Equivalente all’11 settembre 2001 per gli Americani, oppure all’anno zero, ossia all’avvento di Gesù, per i cristiani.
L’espressione “data-spartiacque” indica anzitutto che, a partire da quel momento storico, la nostra vita quotidiana è radicalmente mutata sotto ogni profilo. La realtà delle nostre zone si è trasformata visceralmente sul versante economico e sociale, persino a livello psicologico ed esistenziale, facendoci letteralmente regredire sul piano antropologico e culturale. Il terremoto ha straziato le nostre vite, turbato le nostre emozioni e percezioni, segnando profondamente le nostre menti, i nostri stati d’animo, la sfera interiore degli affetti e dei sentimenti più intimi, perfino i nostri istinti più elementari. Il cambiamento, inteso come imbarbarimento, si è insinuato dentro di noi, negli atteggiamenti e nelle relazioni più comuni, penetrando fino in fondo alle viscere della terra. Una terra sempre più infetta e corrotta dall’inquinamento chimico-industriale, avvelenata dai rifiuti e dalle scorie d’ogni genere. Così pure l’aria e l’acqua, che un tempo erano assolutamente pure e incontaminate.
Ciò che invece sembra mantenersi perennemente intatto, immutato e quasi indisturbato, è l’assetto del potere politico-clientelare che continua a ricattare i soggetti più deboli e indifesi, a condizionare la libertà di scelta delle coscienze individuali, influenzando gli orientamenti elettorali dei singoli, vale a dire di vasti strati della popolazione.

Gli anni della ricostruzione post-sismica

Nel corso dei primi anni Ottanta, in virtù dei fondi economici statali assegnati per i lavori della ricostruzione dei centri terremotati, fu avviato un ambizioso quanto controverso esperimento, quello dell'industrializzazione delle aree interne. Si decise di trasferire e impiantare le fabbriche, le stesse fabbriche installate in pianura (ad esempio nella grande pianura attraversata dal Pò), in zone di montagna, in territori aspri e tortuosi, difficilmente raggiungibili e percorribili, in cui non esisteva ancora una rete moderna di infrastrutture stradali, di trasporti e comunicazioni, in cui i primi soccorsi legati all'emergenza post-sismica stentarono non poco ad arrivare a destinazione. Un'impresa ardua, velleitaria, forse impossibile, perdente sin dalla nascita. E non poteva essere diversamente, dati i presupposti iniziali.
Abbiamo dovuto subire un processo di sottosviluppo che ha rivelato la propria natura regressiva e rovinosa, in quanto ha arrecato guasti e scempi irreparabili all'ambiente, al territorio e all'economia locale, di carattere prettamente agricolo e artigianale. Basta farsi un giro in Alta Irpinia per scoprire un paesaggio ormai sfigurato per sempre.
Si trattava di un tentativo di industrializzazione e modernizzazione economica storicamente determinato dalla trasformazione post-industriale e dalla post-modernizzazione delle economie capitalisticamente più avanzate del Nord. Questo piano presupponeva il trasferimento di capitali e di incentivi statali destinati a finanziare la dislocazione di macchinari e attrezzature industriali ormai obsolete e superate dai processi di ristrutturazione tecnico-produttiva in atto nelle aree capitalisticamente più evolute del Nord Italia. Pertanto, quel progetto di (sotto)sviluppo era destinato a fallire sin dal principio, nella misura in cui è stato concepito e gestito in maniera clientelistica, favorendo l'insediamento di imprese provenienti dal Nord Italia, senza valorizzare e tutelare le ricchezze, le caratteristiche e le esigenze del territorio, senza tenere nel dovuto conto i bisogni e le richieste del mercato locale, senza promuovere le produzioni e le coltivazioni indigene, sfruttando la manodopera disponibile a basso costo, innescando un circolo vizioso, come si è infine dimostrato alla prova dei fatti.
Sempre negli anni '80 l'Irpinia era la provincia che vantava il primato nazionale degli invalidi civili e dei pensionati, un ben triste primato, soprattutto se si considera che in larga parte si trattava di falsi invalidi, in grado di guidare automobili, di correre e praticare sport, di scavalcare i sani nelle graduatorie delle assunzioni, di assicurarsi addirittura i posti migliori, di fare rapidamente carriera, grazie alle raccomandazioni e ai favori elargiti dai ras politici locali, intermediari del capo, il potente "uomo del monte", il cui feudo di origine e di residenza era (ed è) in quel di Nusco, caput (im)mundi. Sin dai primi anni '80 la nostra era la provincia in cui si contavano più pensioni Inps che nell'intera regione Lombardia, con la percentuale più alta nel paese. Nelle nostre zone l'Inps era diventato il maggior erogatore di reddito e denaro per migliaia di famiglie. In passato, soprattutto nel corso degli anni Ottanta, il 50 per cento della popolazione irpina era formata da invalidi civili, in buona parte giovani con meno di trent'anni. Ciò era possibile grazie a manovre politiche clientelari di stampo democristiano e all'appoggio determinante di altre figure e altri pezzi rilevanti di società, a cominciare dai medici e dai servizi sanitari compiacenti, se non complici.

Protezionismo e assistenzialismo made in Irpinia

Negli anni Ottanta il sistema clientelistico, protezionistico e assistenzialistico in Irpinia era in pratica onnipresente e totalitario, nella misura in cui seguiva, dirigeva e condizionava la vita quotidiana delle persone, devote al santo di Nusco, dalla culla al loculo, a patto di sciogliere e cedere in cambio il proprio voto in ogni circostanza in cui veniva (e viene) richiesto, ossia ad ogni tornata elettorale, a livello locale, regionale e nazionale. Ancora oggi molti sindaci e amministratori dei piccoli Comuni irpini sono designati con la benedizione dell'uomo del monte, che fa e disfa la politica irpina a proprio piacimento, costruendo e affossando maggioranze e minoranze amministrative, indicando persino i nomi di taluni candidati all'opposizione. Ancora oggi, all'interno stesso del blocco demitiano si riflettono, si risolvono e dissolvono tutte le contraddizioni e i contrasti tipici della dialettica democratica tra governo e opposizione, tra sistema e antisistema, precludendo ogni possibilità di ricambio e mutamento radicale della politica irpina, che non a caso è tuttora sottoposta ai ricatti, alle influenze, ai capricci, ai condizionamenti esercitati dall'uomo del monte. La rete dell'assistenzialismo era diventata un apparato scientificamente organizzato, volto a garantire la conservazione perpetua di un sistema politico-clientelare simile ad una piovra, che con i suoi lunghi e complessi tentacoli si era impadronita della cosa pubblica, occupando in modo permanente la macchina statale, scongiurando ogni rischio di instabilità, crisi e, soprattutto, di cambiamento reale della società irpina. La grande piovra del potere demitiano ha sempre distribuito posti, appalti e subappalti, rendite e prebende, forniture sanitarie, eccetera, in tutti i paesi della provincia avellinese, favorendo e gestendo un vasto e capillare sistema parassitario composto da decine di migliaia di addetti del pubblico impiego, del ceto medio impiegatizio, di coltivatori diretti, di liberi professionisti, ecc., che da sempre appoggiano la Democrazia cristiana e i suoi eredi (leggi Margherita, oggi Partito Democratico), ossia investono su San Ciriaco, che è la testa pensante e pelata della piovra tentacolare. Ecco perchè tale struttura di potere si è preservata e riciclata in modo integro sino ad oggi, resistendo ad ogni sussulto e mutamento, sopravvivendo persino al furioso cataclisma politico-giudiziario causato dalle inchieste di Mani Pulite, mentre altrove si è dissolta facilmente sotto i colpi inferti dalla magistratura milanese all'inizio degli anni ‘90.
Dopo 27 lunghi anni la fase dell'emergenza e della ricostruzione post-sismica non si è ancora pienamente conclusa, perlomeno non in tutti i centri più gravemente danneggiati dal terremoto del 1980. Si pensi che a Lioni, uno dei Comuni più disastrati dell'area del cratere sismico, i villaggi dei prefabbricati non sono stati ancora smantellati e bonificati del tutto. La popolazione locale attende con ansia il varo e l'attuazione di un adeguato piano di intervento in tale direzione.

L’intrusione del mercato globale in Irpinia

Negli anni Novanta abbiamo assistito ad un nuovo processo di trasformazione del sistema produttivo e di mutazione antropologico-culturale della società irpina. Anche per effetto della globalizzazione economica neoliberista (rifiutata e contestata in tante parti del pianeta) la realtà irpina ha subito una nuova, improvvisa accelerazione storica che ha condotto fasce sempre più estese di popolazione, soprattutto giovanile, verso il baratro della disoccupazione, dell'emigrazione, dell'emarginazione, della precarizzazione, della disperazione. Rispetto a tali problematiche, le "devianze giovanili", i suicidi e le nuove forme di dipendenza - dall'alcool e dalle droghe pesanti - sono solo i sintomi più inquietanti di un diffuso malessere economico e sociale. Occorre aggiungere che anche un'ampia percentuale della popolazione senile accusa stenti e privazioni, derivanti soprattutto dall'abbandono e dalla solitudine, disagi che in passato erano ammortizzati da una fitta rete di relazioni di mutua solidarietà tra le generazioni, che ora non esiste più, almeno nelle caratteristiche e nelle dimensioni di un tempo. Piccoli centri di montagna, che non offrono nulla o quasi, ai giovani, sia in termini di prospettive occupazionali, sia in termini di occasioni di svago, di aggregazione sociale e crescita culturale, tranne qualche bar, pub o altri tipi di locali pubblici nei casi più fortunati, sono diventati luoghi desolanti di noia e di vuoto esistenziale, per cui attecchiscono abitudini insane, allignano in forma massiccia devianze e dipendenze da alcolici e droghe di vario tipo, comportamenti che fino a 20 anni fa erano assolutamente impensabili e sconosciuti.
L'attuale processo di sviluppo ha generato soprattutto mostruosità, veleni e contraddizioni sociali estremamente brutali, provocando atteggiamenti caratteristici di un filone teatrale classificabile tra la tragedia e la commedia umana, dando origine a nuove sacche di miseria, sfruttamento e barbarie, all'interno di società sempre più massificate e omologate anche sotto il profilo etico-spirituale. Questo fenomeno di massificazione e standardizzazione dei corpi e delle menti umane, è peggiore di qualsiasi totalitarismo conosciuto in passato, in quanto è un sistema molto più subdolo, non apertamente autoritario e coercitivo, nella misura in cui non si serve delle istituzioni repressive quali esercito, polizia, carcere, mentre si avvale soprattutto dei mezzi di comunicazione e di persuasione di massa, anzitutto dei messaggi pubblicitari subliminali, per cui la sua forza si rivela assai più efficace e pervasiva.

Lo “spaesamento” dei paesi irpini

I paesi irpini, che un tempo erano piccole comunità a misura d’uomo, per necessità coese e solidali, negli ultimi vent’anni hanno subito una crescente disgregazione del tessuto socio-relazionale, divenendo luoghi di vita alienanti e desolanti, sempre meno comunità coese e sempre più realtà a misura di egoisti, affaristi ed arrivisti.
Certo, da noi in Irpinia convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche e secolari, come il clientelismo elettorale, la camorra e nuove contraddizioni sociali quali, ad esempio, la disoccupazione, le devianze giovanili, l’emarginazione e l’alienazione che sono effetti causati da una modernizzazione puramente economica e consumistica di una società che è diventata ormai una società edonistica di massa.
Ormai non c’è più alcuna differenza tra gli stili di vita e di comportamento, totalmente consumistici, degli individui che vivono in un piccolo paese delle zone interne dell’Italia meridionale, e gli abitanti di un’estesa metropoli come Roma, Milano, Torino, eccetera.
Invece, 25/30 anni fa il divario era molto maggiore, direi quasi abissale; oggi si è ridotto in modo colossale livellandosi verso il basso. L’avvento e il predominio dell’economia di mercato hanno generato effetti di alterazione e omologazione superiori a qualsiasi forma di dittatura. Ciò che in Italia non era riuscito al regime fascista di Mussolini durante un intero ventennio, è riuscito al modello di produzione neocapitalista nel giro di pochi anni. Ciò è accaduto anche in Irpinia, una terra immobile ed immutata per secoli, stravolta e sconvolta in poco tempo, soprattutto a partire dai primi anni ’80, anche per effetto di accelerazioni causate dall’evento sismico e dai processi economici innescati dalla ricostruzione delle aree terremotate.
Purtroppo, già da molti anni anche nelle nostre zone i giovani muoiono a causa di overdose di eroina e fanno uso di sostanze stupefacenti, oppure si schiantano in automobile il sabato sera, dopo una serata trascorsa in discoteca, e via dicendo.
Persino il fenomeno dell’emigrazione si è “aggiornato”, nel senso che si ripropone in forme nuove, più complesse e più gravi del passato. Infatti, una volta gli emigranti irpini erano lavoratori analfabeti o semianalfabeti, oggi sono in grandissima parte giovani con un elevato grado di scolarizzazione. Inoltre, mentre gli emigranti del passato sovvenzionavano le loro famiglie rimaste nei luoghi di origine, a cui speravano di ricongiungersi prima possibile, i giovani di oggi che emigrano verso il Nord lo fanno senza più la speranza, né l’intenzione di far ritorno alla propria terra natale, anzi molto spesso stabiliscono le loro famiglie altrove, laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, si tratta di un’emigrazione di cervelli, ossia di giovani intellettuali sui quali le nostre comunità hanno investito molte risorse per farli studiare. Come si è già scritto in precedenza. Ebbene, vale la pena di ribadire che questa è la più grave perdita di ricchezze e di valori per le nostre zone, sempre più depresse e desolate.
Quelle che un tempo erano piccole comunità senza dubbio vivibili e solidali, depositarie di una memoria storica e di un profonda identità derivante soprattutto dalle tradizioni locali e particolaristiche, oggi si sono frantumate e atomizzate, avendo smarrito la propria dimensione umanistica e popolare, la propria identità culturale, localistica e dialettale, senza tuttavia assumerne una nuova, con inevitabili conseguenze che si ripercuotono in modo devastante sul piano delle relazioni umane e sociali.
Infatti, anche in Irpinia la conseguenza più atroce e drammatica di questa modernizzazione posticcia, è stato un processo di crescente brutalizzazione dei comportamenti e delle relazioni umane, sempre più improntate e finalizzate ad un unico valore dominante, il profitto economico, quale unico scopo e unico modello di vita proposto ed imposto alle nuove generazioni. Le quali, non a caso, sono costrette ad emigrare in massa per cercare fortuna altrove, come è accaduto in passato ai loro nonni e ai loro antenati, seppure siano indubbiamente più scolarizzate e, in moltissimi casi, formate ai massimi livelli dell'istruzione scolastica e universitaria.
Sia ben chiaro un punto, a scanso di eventuali equivoci. Non intendo qui formulare un'ipotesi di esaltazione acritica e apologetica del feudalesimo o delle civiltà ormai superate da un falso sviluppo che in realtà è in grado di generare su scala soprattutto planetaria, ma anche all'interno dei suoi assetti locali, nuove forme di sottosviluppo e di barbarie, né intendo esternare sentimenti di anacronistica nostalgia d'un passato che fu di dolore ed oppressione, di corruzione sociale e depravazione morale (almeno a livello delle classi sociali superiori: si pensi all'aristocrazia feudale, di stampo baronale, o alle fasce più elevate e più ricche della borghesia economico-mercantile), di miseria e sfruttamento materiale delle plebi rurali irpine e della servitù della gleba pre-esistente. Al contrario, mi preme interpretare e comprendere la società presente a partire da un'analisi il più possibile lucida e oggettiva di quella trascorsa. Occorre indagare e spiegare la realtà odierna, segnata da un fallace sviluppo economico e civile, da una democrazia pseudo-liberale puramente formale, da un benessere assolutamente mercificato, corrotto e artefatto, in quanto prettamente consumistico.

Epilogo

Qualcuno potrebbe obiettare che "il passato è passato", per cui bisognerebbe pensare al futuro. Ma non è esattamente così. Mi limito a ricordare che la memoria del passato riveste una funzione altamente educativa e serve proprio ad interpretare correttamente il mondo presente e ad organizzare meglio l'avvenire della nostra società, ossia delle future generazioni. E’ necessario studiare e conoscere il passato al fine di progettare e costruire, se possibile, un avvenire migliore per le giovani generazioni irpine, ossia per i nostri figli, insieme con gli altri soggetti sociali realmente antagonisti e progressisti, ossia attraverso un'azione di natura necessariamente politica, volta ad una trasformazione radicale dell'ordine vigente nelle nostre zone. Le quali sono ancora oppresse da una casta politica "digerente", ormai incancrenitasi, che governa utilizzando sistemi di stampo borbonico-feudale, alla stregua del celebre "Gattopardo" (di Giuseppe Tomasi di Lampedusa), convinto che tutto debba cambiare affinché nulla cambi e tutto resti come prima.
Questo "fatalismo", così diffuso tra la gente irpina, è il peggior nemico della gente stessa, nella misura in cui induce a pensare che nulla possa cambiare e che tutto sia già prestabilito da una sorta di destino superiore, da una forza trascendente, contro cui i miserabili e gli umili sarebbero assolutamente impotenti, ma così non è.
Il successo di alcune iniziative popolari dimostra, invece, che le cose possono essere cambiate, basta volerlo. In tema di "fatalismo", di apatia e di indifferenza politica, non si può non citare un famoso scritto giovanile di Antonio Gramsci, intitolato "Odio gli indifferenti", in cui il grande comunista sardo scriveva che vivere vuol dire "Essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L'indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L'indifferenza è il peso morto della storia (...) Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti". Mi pare che non ci sia molto da aggiungere.
Sempre in materia di assenteismo e di non partecipazione alla vita politica, rammento un celebre brano di Bertold Brecht, che dice: "Il peggior analfabeta è l'analfabeta politico". Non c'è nulla di più vero e più saggio. Brecht sostiene che l'analfabeta politico "non sa che il costo della vita, il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell'affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono dalle decisioni politiche. L'analfabeta politico è talmente asino che si inorgoglisce, petto in fuori, nel dire che odia la politica. Non sa, l'imbecille, che dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta, il minore abbandonato, il rapinatore e il peggiore di tutti i banditi, che è il politico disonesto, leccapiedi delle imprese nazionali e multinazionali.". Io aggiungo: "e delle imprese locali". In altri termini, se te ne freghi della politica la politica ti frega!
Insistendo su questo punto, potrei citare il momento centrale di una famosa canzone di Giorgio Gaber, che recita: "La libertà è partecipazione". Parole sante!
Sempre in tema e in vena di citazioni dotte, mi preme menzionare una frase del grande filosofo greco Aristotele, che diceva: "L'uomo è un animale politico". Ebbene, parafrasando l'aforisma aristotelico e il succitato brano di Brecht, mi viene da chiosare e commentare in tono ironico: "L'uomo apolitico (colui che non si occupa di politica e se ne vanta), ossia l'analfabeta politico, è semplicemente un animale".
Concludo, con immenso sollievo per il lettore sfinito dalla noia, pensando e sperando che il protagonismo politico delle masse popolari, quando è sorretto da giuste ragioni e convinzioni, sia sempre vincente e difficile da contrastare o ridurre all'impotenza.

martedì 18 dicembre 2007

La testimonianza di un "angelo del terremoto"

IRPINIA 1980
APPUNTI DI UN VOLONTARIO

Quando scrissi l'articolo sulla protezione civile per il n. 3/4 del notiziario F.I.F, non potevo immaginare che la nostra organizzazione sarebbe stata collaudata entro così breve tempo.
Alle ore 19.34 di domenica 23 novembre una scossa di terremoto di eccezionale intensità colpiva le provincie di Avellino, Salerno, Potenza e Napoli, distruggendo quasi completamente decine di paesi e mietendo migliaia di vittime.
Alle ore 21 scatta per il "Gruppo Regionale Volontari del Soccorso" dell'Emilia Romagna il preallarme.
Dal momento che si decide l'intervento sono necessarie tre ore perché i componenti il gruppo costituito dai volontari delle Pubbliche Assistenze della regione Emilia Romagna, C.E.R. (Centro Emergenza Radioamatori), Unità Cinofile di Soccorso "I Lupi di Arola", i fuoristradisti del club "Alfa Matta", Aeroclub "G. Bolla" di Parma, Gruppo Paracadutisti ed i subacquei del club "Parmasub", siano pronti ad entrare in azione.
Per tutta la notte i C.E.R. restano in contatto radio con le zone disastrate e all'alba la situazione pare di estrema gravità. Già si parla di 4-5 mila morti, quando ancora la RAI parla di 2-3 cento vittime.
Scatta l'emergenza per i militi volontari delle Assistenze Pubbliche, i C.E.R., le unità cinofile, i fuoristradisti, mentre non paiono al momento necessari i sub ed i paracadutisti. L'Aeroclub è allertato per fare i rilievi aerofotogrammetrici delle zone colpite.
Seguendo la logica d'intervento, verso le ore sei il "Gruppo" sarebbe dovuto partire alla volta di Salerno e da qui, con l'aiuto dei veicoli fuoristrada, che si sarebbero dovuti spingere avanti per valutare le esigenze reali, si sarebbe dovuto arrivare nei centri più colpiti, installare il campo, stabilire i contatti radio, mettere in funzione le cucine da campo (con capacità di 2000 pasti), attivare i generatori, mentre con priorità assoluta si dovevano iniziare i lavori di ricerca tra le macerie delle persone sepolte coadiuvati dai cani da ricerca e catastrofe.
Il tempo approssimativo per raggiungere da Parma le località da soccorrere con i primi mezzi, è ragionevolmente calcolato in 14 - 16 ore, per cui i soccorritori sarebbero dovuti arrivare in zona operativa verso le ore 21 di lunedì.
Ma purtroppo l'organizzazione istituzionale o regionale che dir si voglia, ci mette lo zampino e le cose vanno purtroppo in modo del tutto diverso da come dovrebbero.
L'Amministrazione Comunale decide un'assemblea straordinaria per le ore 11 di lunedì !!!; ovviamente si decide per l'intervento, ma i nostri mezzi, anziché essere inviati subito avanti per la via più breve, devono unirsi ad una colonna regionale di circa ottanta automezzi, con tempi di marcia bassissimi, meno di 35 Km/h.
La partenza avviene solo nel pomeriggio alle ore 16.30.
Il nostro contingente è costituito da:
8 autoambulanze delle Assistenze Pubbliche della regione Emilia Romagna,
1 autoambulanza dell'Ospedale di Parma con due infermieri,
un gruppo di disinfestazione con FIAT Campagnola del Comune di Parma (A.M.N.U.),
2 autocarri in dotazione all'Assistenza Pubblica di Parma con attrezzature varie (3 gruppi elettrogeni, 2 cucine da campo, tende, servizi di infermeria, ecc.),
3 unità cinofile,
5 fuoristrada (1 Jeep Renegade, 2 Alfa Matta, 1 Daihatsu taf 20, 1 Land Rover half ton),
2 radioamatori C.E.R. (A.R.I.),
80 militi delle Assistenze Pubbliche,
1 autotreno con latte e derivati a lunga conservazione della Parmalat.
Arriviamo a Bologna dove attendiamo per due ore sulla corsia d'emergenza dell'autostrada la colonna regionale.
Una volta riuniti tutti i gruppi, procediamo (tragico Errore), sulla direttrice Adriatica anziché sull'Autosole per Salerno.
La conseguenza di questa scelta sbagliata è un viaggio che durerà 25 ore continuative (con soste solo per fare rifornimento) per giungere poi a Potenza dove non era assolutamente necessario il nostro intervento.
Veniamo deviati poi a Baragiano, dove tutto è pronto per accogliere una così nutrita colonna.
Secondo le intenzioni dell'Amministrazione Regionale si doveva formare un enorme campo a circa 30 chilometri dalle località colpite ed i soccorsi dovevano essere portati con puntate giornaliere e con il rientro in serata verso le 17.
Si riunisce il nostro gruppo e dopo brevissima consultazione decidiamo di abbandonare la colonna regionale e di agire secondo gli schemi del nostro "Piano Operativo".
Il tragico, incolmabile ritardo ci sprona a non commettere più errori, alle ore 17 entriamo veramente in azione. Svincolati da ogni imposizione esterna, viene ristabilita la colonna, ma questa volta con i veicoli fuoristrada avanti e non legati alla colonna, resta ovviamente il collegamento radio.
Con i veicoli fuoristrada vengono trasportati il medico e le unità cinofile.
Raggiungiamo il primo paese devastato "Castelgrande", mentre via radio ci viene richiesto l'intervento dei cani da ricerca per individuare cinque persone sepolte sotto le macerie (di queste purtroppo nessuna sarà estratta viva).
Si stabilisce di approntare il campo base a Castelgrande, mentre con i fuoristrada si punta più avanti verso Pescopagano (distrutto al 90%).
Fortunatamente in ambedue i centri i soccorritori sono numerosi ed organizzati, pertanto, alla riunione serale dei responsabili, si decide di pernottare a Castelgrande e di inviare, all'alba, i fuoristrada in perlustrazione con lo scopo di individuare eventuali paesi non ancora raggiunti dai soccorsi.
MERCOLEDÌ ORE 6.
Partono i cinque fuoristrada con un medico, le unità cinofile, ed un radioamatore (C.E.R.- A.R.I.). Si procede verso Laviano, la strada presenta continue insidie, avvallamenti, fratture, massi, alberi, ecc.
Arriviamo infine a Laviano, lo spettacolo è agghiacciante, non c'è una costruzione in piedi, i soccorsi non sono ancora arrivati. Ci rechiamo subito al campo sportivo dove si stanno organizzando le prime opere di soccorso e ci mettiamo a disposizione ma ci viene detto che numerosi mezzi stanno sopraggiungendo da Napoli. Incontriamo un'equipe di medici dell'Ospedale di Pozzuoli che con mezzi propri cercano una località ove poter prestare la propria opera. Decidono di unirsi a noi; il nostro gruppo evidentemente, in mezzo a tanto caos li rassicura.
Ci vengono indicati sulla carta alcuni paesi che probabilmente non sono ancora stati raggiunti, per la prima volta sentiamo nomi che diverranno in seguito tristemente famosi: Santomenna, Castelnuovo di Conza, Marra, Valva, Senerchia.
Senza un'esatta motivazione, decidemmo di comune accordo di recarci in quest'ultimo paese.
Alle 9.30 entriamo a Senerchia. Ci accoglie un cartello con scritto "Benvenuti a Senerchia", che nella fattispecie acquista un sinistro significato.
Non vi sono edifici in piedi ad eccezione di una scuola e di alcuni condomini di recente costruzione, gli unici soccorritori sono costituiti da un avamposto di pochi militari e da una squadra della forestale che seguiamo tra le macerie.
Incontriamo il maresciallo dei carabinieri, è disperato, da due giorni invoca aiuti senza riuscire ad ottenerli, il paese è senza comunicazioni, senza acqua, senza energia elettrica, senza alimenti, in pratica manca tutto.
Quando gli spieghiamo le possibilità logistiche e di intervento della nostra colonna, quasi non crede alle nostre parole, ci fa subito approntare uno spiazzo per collocarvi il campo.
Immediatamente le unità cinofile si mettono all'opera mentre una vettura fuoristrada con un radioamatore ritorna verso Castelgrande per guidare la colonna sino a Senerchia.
I cani individuano nove persone sepolte sotto le macerie, ma nessuna di queste è ancora in vita (non ci diamo pace per il ritardo e per non aver agito di testa nostra fin dall'inizio):
Finalmente vengono individuate due persone ancora in vita, madre e figlia; prestamo la nostra opera con argano a mano e cavi, operando anche di notte con delle batterie e con le nostre lampade alogene. La madre purtroppo morirà nella tarda mattinata, mentre la figlia di nome "Liberata" verrà estratta incolume alle ore 0.35 di mercoledì.
Questa sarà l'unica persona che si riuscirà ad estrarre viva.
Nel primo pomeriggio arriva il grosso della nostra colonna di soccorso, si impianta subito la grande antenna dei radioamatori.
Senerchia non è più isolata dal mondo.
Da mercoledì i C.E.R. faranno anche regolare servizio telegrafico.
Il mercoledì i fuoristrada vengono ancora usati per il lavoro di ispezione con lla consueta formazione, solo le unità cinofile vengono ridotte ad una, mentre le rimanenti lavorano tra le macerie di Senerchia.
Nell'opera di ispezione procediamo per Calabritto, anch'esso interamente devastato. Perlustriamo poi tutto il territorio montano posto tra il monte Polvericchio e il monte Cervialto, ci spingiamo infine sino ad Acerno ed a Bagnoli dove però la situazione è molto meno drammatica.
Entro la mattina abbiamo un quadro abbastanza preciso della situazione.
La zona più colpita è quella del triangolo: S. Angelo dei Lombardi a nord, Muro Lucano a est, Eboli a sud.
Considerata conclusa la fase ispettiva, nei giorni seguenti i veicoli fuoristrada saranno impiegati unicamente per il trasporto del personale sanitario, dei medicinali, degli alimenti e delle roulottes nelle frazioni e nei casolari non raggiungibili con i normali mezzi di trasporto.
In queste condizioni i veicoli fuoristrada si rivelano indispensabili.
Operiamo sotto una pioggia incessante e con il vento che raggiunge punte di 90 km/h.
Nella notte tra giovedì e venerdì perdiamo la tenda che si piega sotto le sferzate del vento misto a pioggia e neve.
Nella seconda mattina di intervento la temperatura raggiunge i -12.
Nei giorni seguenti apprendiamo che Parma ha adottato il paese di Senerchia e che il nostro gruppo viene citato ad esempio di organizzazione e rapidità di intervento.
Il primo telegramma in entrata al "Campo Parma" di Senerchia proviene dalla Prefettura di Napoli ed è brevissimo:

- DA PREFETTURA NAPOLI A CAMPO "PARMA" - SENERCHIA -
CONGRATULAZIONI
firmato - PERTINI -.

Il responsabile del settore di Protezione Civile del Club Alfa Matta
Marco Nadalini
Parma, 10 dicembre 1980

venerdì 7 dicembre 2007

La terra ha tremato

Scossa di terremoto a Lioni
L'Irpinia ha tremato ieri sera alle 22:35

Una scossa di terremoto del 4° grado della Scala Mercalli (4.5 scala Richter) si è avvertita in tutta Lioni, ieri sera verso le 22:35. Secondo la scala Mercalli il quarto grado è definito di intensità mediocre: "avvertito da molti all'interno di un edificio in ore diurne, all'aperto da pochi; di notte alcuni vengono destati; automobili ferme oscillano notevolmente". Molti Lionesi, soprattutto quelli che stavano seduti, si sono accorti della scossa che è stata preceduta da un forte boato. Alcuni abitanti dei piani alti delle case del quartiere San Bernardino sono scesi in strada, ma, data la temperatura gelida di ieri sera, sono ritornati dentro nonostante la paura. Era da qualche anno che non si avvertivano più scosse di assestamento come quella di ieri sera, ma rieccolo il terremoto, pronto a ricordarci la sua tremenda forza.

venerdì 23 novembre 2007

Un popolo senza memoria non ha futuro

23 novembre 2007
Ricordi dello scrittore Franco Arminio
Dalle mie parti siamo tutti esperti di terremoto, almeno quelli che quando venne la scossa erano adulti: ventitré novembre 1980, le sette e mezza della sera, la terra fa tremare tutto l'Appennino meridionale, l'epicentro è tra le province di Avellino, Salerno e Potenza, una decina di paesi completamente distrutti (Conza, Laviano, San Mango, Sant'Angelo dei Lombardi, Lioni, solo per ricordarne alcuni) altre centinaia danneggiati più o meno gravemente, tremila persone morte, schiacciate dal peso delle case rotte, adesso penso al fatto che non tutte sono morte subito, c'è chi sarà rimasto in agonia per qualche ora, chi avrà sentito i soccorritori che stavano per raggiungerlo e non ce l'hanno fatta a prendergli le mani, il terremoto dal punto di vista dei morti è una cosa fatta di travi sulla pancia, di buio, di gambe rotte, è un trovarsi nella spina della vita all'improvviso, sei con la bocca davanti alla maniglia della tua stanza, guardi un televisore spento, stavi vedendo la partita, tua moglie era in cucina che preparava la cena, giocavano la Iuventus e l'Inter, ma non sai com'è andata a finire, sai che sta finendo la tua vita e ti fa rabbia che continua quella degli altri, ombre che staranno lì a spartirsi questo curioso bottino che è il tempo che passa, tu sei stato appena riportato tra loro, non puoi sapere che stanno polemizzando sui soccorsi che non sono arrivati, è arrivato il presidente della Repubblica e ha fatto una scenata alla classe politica, quella che ignorava che il cemento della tua casa era disarmato, quella che non si è preoccupata che la casa in cui è morta tua madre era fatiscente nonostante tu vivessi nel mondo che si dice progredito, il mondo che anche nel tuo paese aveva voltato le spalle alla civiltà contadina per sistemarsi nella modernità incivile, è in nome di questa modernità che cominciarono a ricostruire la tua casa e quella degli altri, pensarono perfino che non bastavano le case, ci volevano anche le industrie, ora molte di quelle case sono chiuse come la tua cassa da morto e lo stesso è avvenuto per quelle industrie, non sai che questo fatto a un certo punto è stato utilizzato per combattere quelli che comandavano in queste zone, non sai che le persone del nord Italia che vennero qui ad aiutare furono assai deluse dal sapere di tanti sprechi (si parla di una spesa di sessantamila miliardi di lire, ma i conteggi cambiano a seconda di chi li fa) e diedero credito a un partito che nasceva per dire basta con questa storia del sud, il problema siamo noi, i soldi che facciamo col nostro lavoro non ce li deve togliere nessuno, e infatti nessuno glieli ha tolti, come nessun scandalo a noi ci ha tolto quelli che comandavano e che comandano ancora e che adesso fanno coi fondi europei quello che fecero col terremoto, pure questa è una faccenda scandalosa, ma per ora non fa notizia, manca il detonatore della tragedia, intanto pure l'ingegnere che ha costruito la tua casa caduta non è andato in galera e neppure chi l'ha ricostruita in maniera piuttosto orrenda, il terremoto per te è finito con la fine della scossa, ma per gli altri è continuato molti anni ed è stato una corsa a fare soldi, in questa corsa non c'era tempo per pensare alla bellezza dei paesi, il problema era solo allargali, allungarli e l'opera è stata compiuta con genio e vi hanno partecipato un poco tutti, dal parlamentare che ha fatto la legge per cui si potevano aggiustare anche case che non si erano rotte, all'architetto che ha disegnato con la matita della venalità, al cittadino che si è messo in fila ad attendere quello che gli spettava e se possibile anche qualcosa di più, ora tutti si lamentano, tutti a dire che si stava meglio prima del terremoto, tutti a rimpiangere un tempo in cui si era più uniti e più buoni, a me pare di averla vista questa bontà e questa unione solo fino a quando è durata la paura, fino a quando la gente ha dormito nelle macchine, fino a quando abbiamo cercato di salvarti, poi è andata un po' come ti ho detto.

venerdì 16 novembre 2007

La mutazione antropologica dell'Irpinia




LA MUTAZIONE ANTROPOLOGICA DELL’IRPINIA

Ormai non c’è più alcuna differenza tra gli stili di vita e di comportamento, totalmente consumistici, degli individui che vivono in un piccolo paese delle zone interne dell’Italia meridionale, e gli abitanti di un’estesa metropoli come Roma, Milano, Torino, eccetera.
Invece, 25/30 anni fa il divario era molto maggiore, direi quasi abissale; oggi si è ridotto in modo colossale livellandosi verso il basso.
Il predominio assoluto, e assolutistico, dell’economia di mercato, ha generato effetti di alienazione e di omologazione superiori a qualsiasi altra forma di dittatura o di sistema totalitario, dal fascismo al nazismo, e via discorrendo. Ciò che in Italia non era riuscito al regime fascista di Mussolini durante un intero ventennio, è riuscito al modello di produzione e di consumo neocapitalista nel giro di pochi lustri. Ciò è accaduto anche in Irpinia, una terra immobile ed immutata per secoli, stravolta e sconvolta in poco tempo, soprattutto a partire dai primi anni ’80, anche per effetto di accelerazioni causate dall’evento sismico e dai processi economico-sociali innescati dalla ricostruzione delle aree terremotate.

Lo “spaesamento” del mio paese natale…

Oggi, il mio paese natale è un luogo di vita alienante, sempre meno comunità a misura d’uomo, e sempre più una realtà a misura di bottegai affaristi e speculatori.
Certo, da noi convivono vecchi e nuovi problemi, piaghe antiche e secolari, come il clientelismo politico-elettorale, la camorra e nuove contraddizioni sociali quali, ad esempio, la disoccupazione, le devianze giovanili, l’alienazione, l’emarginazione sociale e la disperazione che sono effetti provocati dalla modernizzazione puramente economica e materiale di una società che è diventata ormai una società di massa.
Purtroppo, già da diversi anni, anche nelle nostre zone i giovani muoiono a causa di overdose di eroina e fanno uso di sostanze stupefacenti, oppure si schiantano in automobile il sabato sera, dopo una serata trascorsa in discoteca, e via dicendo…
Persino il fenomeno dell’emigrazione si è “aggiornato” e “modernizzato”, nel senso che si ripropone in forme nuove e, forse, anche più drammatiche e più gravi del passato.
Infatti, una volta gli emigranti irpini, e meridionali in genere, erano lavoratori analfabeti o semianalfabeti, oggi sono in grandissima parte giovani con un elevato grado di scolarizzazione.
Inoltre, mentre gli emigranti del passato sovvenzionavano le loro famiglie rimaste nei luoghi di origine, a cui speravano di ricongiungersi il più presto possibile, i giovani di oggi che emigrano verso il Nord lo fanno senza più la speranza, né l’intenzione di far ritorno alla propria terra natale, anzi molto spesso formano e crescono le loro famiglie altrove, laddove si sono economicamente sistemati. Insomma, si tratta di un’emigrazione di cervelli, ossia di giovani intellettuali sui quali le nostre comunità hanno investito molte risorse per farli studiare.
Pertanto, questa è la più grave perdita di ricchezze e di valori per le nostre zone!...
Quelle che un tempo erano piccole comunità a misura d’uomo, depositarie di una memoria storica secolare e dotate di un profonda identità fondata soprattutto sulle tradizioni locali e particolaristiche, oggi si sono disgregate e addirittura atomizzate, avendo perso rapidamente la propria dimensione umanistica e popolare, avendo smarrito la propria originale identità socio-culturale, localistica e dialettale, senza tuttavia assumerne una nuova, con inevitabili e devastanti ripercussioni in termini di alienazione sociale e di vuoto esistenziale.

La “modernizzazione” del Sud come effetto della “post-modernizzazione” del Nord…

Sul piano strettamente economico, quella irpina non è più una società agraria, ma non è diventata qualcosa di veramente nuovo e diverso, ovvero non si è trasformata completamente, e spontaneamente, in un assetto industriale vero e proprio, pur vantando antiche vocazioni artigianali e commerciali, come quelle che animano le dinamiche e lo sviluppo, forse troppo poco regolato e razionale, dell’economia del mio paese.
Oggi, a quasi 27 anni di distanza dal terremoto, la società irpina è più o meno un “ibrido”, sia dal punto di vista economico-materiale, sia sotto il profilo sociale e culturale.
Certo, occorre precisare che sul versante propriamente economico-produttivo, la “modernizzazione” delle nostre zone, che fino a pochi decenni fa erano dominate da un tipo di economia agraria, latifondistica e semi-feudale, è avvenuta in tempi rapidi e in modo convulso e controverso. Ciò si è determinato all’interno di un processo di “post-modernizzazione” del sistema capitalistico su scala globale, ossia in una fase di ristrutturazione tecnologica in chiave post-industriale, delle economie neocapitalistiche più avanzate dell’occidente, con il trasferimento di capitali e di macchinari ormai obsoleti in alcune aree arretrate, depresse e sottosviluppate dal punto di vista capitalistico-borghese come, ad esempio, il nostro Meridione. Voglio puntualizzare che anch’io, come Pasolini, credo nel progresso, ma non nello sviluppo, soprattutto in questo tipo di sviluppo selvaggio ed irrazionale che è generato dalla globalizzazione economica neoliberista.

Una speranza di palingenesi terrena, non ultraterrena...

Voglio concludere la mia analisi condotta in pieno stile pasoliniano, cioè in modo “corsaro” e “provocatorio”, con il richiamo ad una speranza e ad una volontà di palingenesi spirituale della mia terra, l’Irpinia, a cui sono visceralmente legato, nonostante tutto.
L’opera e le idee di Pasolini erano disperate, ossia prive di speranza, almeno in apparenza; in realtà erano pervase da un profondo sentimento di religiosità, scevro tuttavia di qualsiasi forma di moralismo o di fondamentalismo. La religiosità pasoliniana era indubbiamente laica.
D’altronde egli era un intellettuale marxista e marxisticamente ha cercato di analizzare e descrivere la realtà del suo tempo, con coraggio, lucidità ed onestà morale ed intellettuale.
A mio parere, il compito dell’intellettuale è certamente quello di provare ad interpretare e a conoscere la realtà, ma è anche quello di tentare di migliorarla.
Insomma, bisogna comprendere e spiegare il reale, l’essere, ma c’è ancora più bisogno di comprendere e spiegare, dunque attuare, l’ideale, il dover-essere. Ma, da solo, l’intellettuale è impotente, per cui deve riferirsi e agganciarsi alle forze materiali e sociali presenti e operanti nella realtà in un determinato momento storico.
In tal senso, la speranza di rinascita spirituale dell’umanità, a partire dalla mia umanità, deve esplicarsi in un progetto di trasformazione concreta, da proporre e promuovere politicamente, ossia in sede terrena, non ultraterrena.
Si può e si deve cominciare dal basso, dal piccolo, dal semplice, per arrivare in alto, per pensare ed agire in grande, cambiando magari il mondo in cui viviamo.